Da quando decorre il termine per la riassunzione del giudizio interrotto a seguito del fallimento di una delle parti?

Con sentenza del 7 maggio 2021, n. 12154, le Sezioni Unite della Corte di cassazione hanno affermato il seguente principio di diritto: “In caso di apertura del fallimento, l’interruzione del processo è automatica ai sensi dell’art. 43, comma 3, l. fall., ma il termine per la relativa riassunzione o prosecuzione, per evitare gli effetti di estinzione di cui all’art. 305 c.p.c. e al di fuori delle ipotesi di improcedibilità ai sensi degli artt. 52 e 93 l. fall. per le domande di credito, decorre dal momento in cui la dichiarazione giudiziale dell’interruzione stessa sia portata a conoscenza di ciascuna parte; tale dichiarazione, qualora non già conosciuta in ragione della sua pronuncia in udienza ai sensi dell’art. 176, comma 2, c.p.c., va notificata alle parti o al curatore da uno degli interessati o comunque comunicata dall’ufficio giudiziario”.

Le Sezioni Unite hanno “importato” nel sistema della vigente legge fallimentare il principio espresso dall’art. 143, comma 3, CCII, ai sensi del quale “Il termine per la riassunzione del processo interrotto decorre da quando l’interruzione viene dichiarata dal giudice”. Questo perché “il cd. codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza, di cui al d.lgs. n. 14 del 2019, è in generale non applicabile alle procedure aperte anteriormente alla sua entrata in vigore, potendosi, peraltro, rinvenire nello stesso delle norme idonee a rappresentare un utile criterio interpretativo degli istituti della legge fallimentare solo ove ricorra, nello specifico segmento considerato, un ambito di continuità tra il regime vigente e quello futuro” (Cass. SU 25 marzo 2021, n. 8504).

Per predicare l’inapplicabilità alla fattispecie sub iudice della regola contenuta nell’art. 143, comma 3, CCII non è, infatti, sufficiente affermare che “nel caso di dichiarazione di fallimento di una parte processuale, non è necessaria la declaratoria di interruzione ai fini della decorrenza del termine per riassumere, poichè la previsione di tale ulteriore adempimento vanificherebbe, nella sostanza, la previsione di automaticità prevista dalla L. Fall., art. 43: l’interruzione del processo, dunque, si determina automaticamente con la dichiarazione di apertura del fallimento” (così testualmente Cass. 30 novembre 2018, n. 31010).

Anche nel CCI, infatti, l’interruzione del processo è automatica per effetto del fallimento di una delle parti, ma il termine per la riassunzione decorre dalla dichiarazione di interruzione senza che il legislatore abbia ravvisato alcuna contraddizione tra le due proposizioni del comma 3 dell’art. 143 CCII. 

È necessario, quindi, verificare se si possa configurare – nello specifico segmento – un ambito di continuità tra il regime vigente e quello futuro.

Questa continuità non può essere esclusa limitandosi a postulare il carattere innovativo del secondo periodo del comma 3 cit. perché il diritto attualmente vivente sarebbe configurato nel senso di attribuire all’ordinanza dichiarativa dell’interruzione del processo una natura tout court ricognitiva, come tale inidonea sia a produrre l’effetto interruttivo, sia ad ancorare ex se il dies a quo del termine per la prosecuzione/riassunzione del processo interrotto.

All’opposto, si deve osservare che è la giurisprudenza che a regime vigente afferma che “L’art. 43, comma 3, l.fall. va interpretato nel senso che, intervenuto il fallimento, l’interruzione è sottratta all’ordinario regime dettato in materia dall’art. 300 c.p.c., nel senso, cioè, che è automatica e deve essere dichiarata dal giudice non appena sia venuto a conoscenza dall’evento, ma non anche nel senso che la parte non fallita sia tenuta alla riassunzione del processo nei confronti del curatore indipendentemente dal fatto che l’interruzione sia stata, o meno, dichiarata” (Cass. 1 marzo 2017, n. 5288) a dare senso alla continuità tra vecchia e nuova disciplina, se è vero com’è vero che, pur sussistendo qualche incertezza in ordine ai presupposti del “diritto vivente”, esso si è ritenuto espresso anche da una sola pronuncia della Corte di cassazione (cfr. sent. n. 25 del 1984).

In continuità con il regime vigente, ad essere valorizzato nel CCII è il principio costituzionale del diritto di difesa, non potendo l’automaticità dell’interruzione del processo mai risolversi contro la parte non colpita dall’evento ed esporla al pericolo di una silenziosa (i.e., misteriosa) decadenza dalla facoltà di riassumere il giudizio.

Ma se nell’art. 43 l.fall. il diritto alla difesa è preservato rimettendosi la decorrenza del termine perentorio di riassunzione al dato sostanziale della conoscenza legale dell’evento-interruttivo, l’art. 143 CCII fa decorrere il termine dalla dichiarazione d’interruzione disposta dal giudice.

Il che sta a dire che il giudice del processo nel corso del quale interviene il fallimento di una delle parti deve, quale che sia il modo in cui viene a conoscenza dell’evento, dichiarare l’interruzione del processo con un proprio provvedimento, che, se pronunciato in udienza, si dà per conosciuto a ciascuna delle parti. Con ciò apparentemente superandosi l’opinione, piuttosto diffusa, secondo cui si dovrebbe escludere che il termine per la riassunzione decorra dalla data della sua pronuncia stante la natura meramente dichiarativa attribuita in dottrina e giurisprudenza al provvedimento giudiziale di interruzione del processo.