Responsabilità medica – rifiuto delle trasfusioni per motivi religiosi

Cass. Terza Sezione civile n. 29469 del 23 dicembre 2020: “Il Testimone di Geova, che fa valere il diritto di autodeterminazione in materia di trattamento sanitario a tutela della libertà di professare la propria fede religiosa, ha il diritto di rifiutare l’emotrasfusione pur avendo prestato il consenso al diverso trattamento che abbia successivamente richiesto la trasfusione, anche con dichiarazione formulata prima del trattamento medesimo, purché dalla stessa emerga in modo inequivoco la volontà di impedire la trasfusione anche in ipotesi di pericolo di vita.”

Si tratta di un arresto di indubbia rilevanza. Nelle occasioni precedenti in cui la Suprema Corte si era trovata di fronte ad un testimone di Geova ricoverato in gravi condizioni che aveva reso preventivo dissenso al trattamento trasfusionale, la conclusione era stata nel senso del diritto-dovere del medico di operare le trasfusioni se necessarie quoad vitam (Cass. 23676 del 2008 e 4211 del 2007). Si trattava però di casi nei quali il paziente non era in condizioni di rispondere e di ribadire il proprio dissenso alle trasfusioni, sicché si è ritenuto che quel rifiuto preventivo e generico non avesse rilevanza rispetto alla situazione mutata. Nell’ultima decisione, invece, la Suprema Corte si è trovata di fronte all’ipotesi di una paziente che ancora cosciente aveva ribadito il proprio dissenso, rafforzato dal dissenso espresso anche dal coniuge una volta che la paziente aveva perso conoscenza. E la conclusione è stata quella di ritenere prevalente il diritto del soggetto di rifiutare il trattamento rispetto al diritto-dovere del medico di intervenire. Insomma, nel bilanciamento degli interessi e valori costituzionali, si è ritenuto prevalga il diritto all’autodeterminazione del singolo, pur se in pericolo di vita.

La Procura generale della Corte di Cassazione aveva concluso oralmente in senso conforme.